Tag: matite
Notizie
25/09/2020

Matite che segnano la pagina, matite che non scrivono, matite a cui si rompono le punte: scegliere la matita adatta all’uso quotidiano che se ne deve fare non è così semplice come potrebbe sembrare. E allora ecco una piccola guida per aiutare l’acquisto di matite in legno e portamine con la giusta gradazione, durezza e tatto.

Intanto occorre sapere che gradazione e durezza della mina sono indicate da una lettera o da un numero inciso sulla matita o segnalato sul portamine, e sono queste lettere e questi numeri a determinare le differenze nel tratto. Tratto che per una matita standard può essere lungo anche 56km (o una quantità media di 45mila parole, virgola più, virgola meno).

Le due scale di gradazione delle matite sono quella britannica, in lettere, e quella americana in numeri. Tuttavia fu un francese, Nicolas-Jacques Conté, a inventare la scala di gradazione e a formalizzarla (oltre che a fondare l’omonimo marchio di matite e pastelli). Conté usava i numeri ripresi dagli americani, che per questioni di brevetto si moltiplicarono in una serie di frazionamenti tutti però equivalenti (4/8 e 5/10 son sempre 2).

La scala numerica americana è approssimativamente equivalente a quella inglese, che parte dalle lettere H (hard, duro) e B (black, nero) per trovare gradazioni intermedie e ulteriori: HHH è una matita particolarmente dura, BBB particolarmente morbida, HB è una via di mezzo simile alla F, che sta per fine point, punto giusto, durezza ideale.

Quindi per scegliere la matita giusta per le proprie necessità di scrittura, bisogna partire dall’uso che se ne fa e dal modo in cui le si utilizza: se si calca molto e si ha un tratto pesante, sarà meglio prendere una matita con diametro 0.9 e morbida; se si scrivono appunti veloci o schizzi a disegno, meglio una punta sottile e dura; per schizzi veloci e sfumati sono ideali quelle con punta morbida e tratto più scuro, mentre per disegni di precisione quelle con punta dura e tratto più chiaro.

Notizie
21/07/2020

Chiunque ha maneggiato nella sua vita una gomma per cancellare: di sicuro alle scuole elementari, dove ancora oggi è dotazione obbligatoria di ogni studente, e poi ancora nel resto della vita scolastica, dove le materie che implicano il disegno ne prevedono l’uso, e forse anche nel corso della vita professionale, visto che le matite e portamine rimangono uno strumento diffusissimo per annotare velocemente appunti su block notes e documenti stampanti.

E proprio come altri oggetti di uso quotidiano (per esempio i Post-It, i temperamatite, la penna Bic, i fermagli o la colla stick), anche la gomma per cancellare ha una storia curiosa da raccontare. Scrivere si è sempre scritto, ma mentre nell’antichità cancellare era un’operazione complessa (geroglifici e iscrizioni sulla pietra venivano raschiati con uno scalpello, e così le scritte sui papiri e sulla cera e anche quelle sulla carta) è solo con l’invenzione della matita intorno al 1500 che si pose il problema di cancellare i tratti di grafite.

Benché il caucciù fosse stato portato in Europa già da Cristoforo Colombo, per quasi due secoli dall’invenzione della matita, per cancellare le scritte lasciate dalla grafite si utilizzò la mollica del pane o la cera. Fu solo nel 1770 che un chimico inglese – Joseph Priestley – scoprì per caso che il caucciù aveva il potere di ‘raschiare’ docilmente i tratti di matita dalla carta.

Già, perché cancellare le scritte, di una matita ma anche di una penna (il processo di vulcanizzazione fu scoperto nel 1839, permettendo di rendere la gomma ancora più resistente), significa sostanzialmente raschiare docilmente lo strato superiore della carta, asportando il segno grafico insieme a un po’ di cellulosa.