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Ufficio
23/09/2015

Potremo lavorare quando, quanto e dove ci pare e avremo un sacco di tempo libero: era il mantra di una quindicina d’anni fa, quando cominciarono a comparire i primi prototipi di smartphone e Internet sembrava la soluzione per tutti i mal d’ufficio. A distanza di poco tempo ci siamo ritrovati a lavorare sempre e ovunque, con mail, messaggi, chat e telefonate che ci raggiungono in ogni momento e situazione della giornata, in orario lavorativo così come una volta varcata la soglia dell’ufficio in uscita.

Ed è così che in Francia si comincia a parlare di diritto alla disconnessione. Anzi, di diritto e dovere di non rispondere alle mail la sera tardi, di non ricevere una telefonata di lavoro la domenica mattina e insomma, di non sentirsi sempre in servizio permanente effettivo.

La notizia sta facendo il giro di tutti i quotidiani (qui per esempio la riporta Repubblica) e riguarda la riforma complessiva del codice del lavoro in Francia, regolamentando meglio “l’attività su piattaforme digitali, tablet e smartphone” e conteggiando come ore effettive di lavoro il tempo impiegato per consultare e-mail e messaggi.

In Francia il dibattito arriva da lontano (tanto che, per esempio, gli ingegneri aderenti al Syndicat des sociétés d’ingénierie et de conseil et des bureaux d’études – Syntec hanno raggiunto l’anno scorso un accordo per evitare messaggi dopo le 18 e durante i weekend) ma è stato rivitalizzato da un dossier stilato dal vicedirettore generale e responsabile del personale di Orange che tra le 36 misure suggerite al governo ha inserito appunto il diritto alla disconnessione.

Quel diritto-dovere che per esempio, in Germania, Volkswagen ha formalizzato decidendo di sospendere le comunicazioni professionali tra le 18.15 e le 7 del mattino, e in Gran Bretagna Price Minister instaurando una mezza giornata al mese senza email.

E voi come vi comportate con telefonate e messaggi dall’ufficio al di fuori dell’orario di lavoro?

Idee
16/09/2015

Cominciare a lavorare o studiare prima delle 10 del mattino è un atto contro natura. E a dirlo non è il recordman dei pigroni ma uno stimato scienziato inglese – il dottor Paul Kelley dello Sleep and Circadian Neuroscience Institute presso la Oxford University – che al sonno e ai suoi ritmi ha dedicato anni e anni di ricerche.

La spiegazione sarebbe estremamente semplice e logica: il nostro organismo funziona in armonia con i ritmi della luce e del buio, e piegare il risveglio e il sonno alle esigenze della vita sociale è un vero rischio, sia dal punto di vista fisico che psicologico.

Il dottor Paul Kelley non è il solito scienziato avulso dal mondo: in vita sua ha anche insegnato alle scuole elementari, costringendo l’istituto scolastico a posticipare l’inizio delle lezioni dalle 8:30 alle 10:00, con il risultato che gli studenti che avevano migliorato il proprio rendimento scolastico erano 1 su 5.

Secondo il professor Kelley viviamo in un mondo privato del sonno, con serie conseguenze per la salute: tendenza ad ingrassare, pressione alta, indebolimento delle difese immunitarie, perdite di attenzione, ansia, frustrazione e stress sono tutte conseguenze di un cattivo sonno, così come la scarsa produttività e il tempo perso al lavoro.

Questo della privazione del sonno è un grande problema per la nostra società ha detto durante il British Science Festival a Bradford, ma ora abbiamo la possibilità di migliorare la qualità della vita di generazioni di giovani facendo qualcosa di buono per milioni di persone sulla Terra.

Che ne pensate?