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Idee
06/02/2021

Chi lavora meno lavora meglio: sembra una contraddizione in termini, quella per cui, per essere più produttivi e lavorare sostanzialmente meglio, serva lavorare meno ore. Soprattutto per abituati a stare a lungo, sempre, anche oltre l’orario di lavoro se non addirittura nei weekend, in ufficio. Ma se in Svezia stanno pensando di ridurre l’orario di lavoro a 6 complessive al giorno, altrove si pensa di lavorare 4 giorni a settimana (almeno qualche volta al mese) e comunque sul tema della produttività c’è grande dibattito (Cosa significa essere davvero produttivi?) la storia raccontata da Jeff Sutherland su Slate (e riportata da Il Post) è decisamente illuminante.

La storia riguarda Scott Maxwell, il fondatore di OpenView Venture (una società di investimenti ad alto rischio), e i tempi in cui lavorava in McKinsey, società in cui era normale lavorare 7 giorni su 7 per parecchie ore al giorno. In McKinsey lavorava anche Jon Katzenbach, un dirigente che per motivi religiosi lavorava “solo” 6 giorni a settimana.
Katzenbach lavorava solo sei giorni a settimana. Dopo un po’, aveva cominciato a notare che riusciva a portare a termine più lavori di quanto facessero i suoi colleghi (tutti maschi, allora). Aveva deciso così di provare a lavorare solo cinque giorni a settimana: e aveva scoperto di essere diventato ancora più produttivo.
Una volta approdato a Open View, Maxwell si ricordò di Katzenbach e della sua apparentemente strampalata idea di lavorare solo 4 giorni a settimana, e cominciò a rifletterci, elaborando il grafico qui di seguito che dimostra come, superata una certa soglia di ore di lavoro, diventava inutile continuare a lavorare: si è improduttivi.

Sull’asse delle ordinate è indicata la produttività, mentre sulle ascisse le ore di lavoro settimanali. Il picco di produttività, come si vede dal grafico, crolla appena dopo le quaranta ore settimanali.
Oggi in OpenView non solo si lavora “solo” per 40 ore settimanali e – come vogliono fare in Francia con il diritto alla disconnessione – è “obbligatorio” dedicarsi al riposo ed evitare di rispondere a mail o telefonate quando si esce dall’ufficio o si è in vacanza. La spiegazione della curva secondo Maxwell è semplice ed elegante:

1. Se lavori meno fai più cose, sei più felice e hai una migliore qualità della vita. E poi lavori meglio.
2. Le persone che lavorano troppo commettono anche più errori, cosa che in seguito richiede grandi sforzi per rimediare.
3. Chi lavora troppo, inoltre, si distrae più facilmente e prende cattive decisioni.

La chiusura del pezzo di Jeff Sutherland su Slate è illuminante
In pratica, c’è un numero limitato di decisioni importanti che una certa persona può compiere in qualsiasi giornata. Più decidi, e più erodi la tua abilità di controllare il tuo stesso comportamento. Di conseguenza, staccate dal lavoro alle 17. Spegnete il cellulare nei weekend. Guardate un film. E, cosa più importante, mangiatevi un panino. Non caricandovi troppo, otterrete di più e lavorerete meglio. A chi importa quante ore ci abbia messo una persona a fare una certa cosa? L’importante è che sia portato a termine velocemente e con un risultato all’altezza.

Idee
01/02/2021

Basterebbe il buon senso: troppe ore seduti al chiuso non fanno bene alla salute. Ancor se si tratta di smart working, come ci ha costretto a fare la pandemia, senza nemmeno la possibilità di uscire di casa al mattino e muoversi tra gli uffici dell’azienda. Ma che il lavoro sedentario sia un problema lo conferma anche la scienza, non ultima una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Internal Medicine, in cui si parla esplicitamente di “esiti deleteri” per la salute. Che fare allora per combattere gli effetti negativi del lavoro sedentario?

Intanto, per chi ha la possibilità o necessità di andare fisicamente in ufficio ogni giorno, evitare di parcheggiare l’auto sotto la scrivania. Imporsi 5 o 10 minuti a piedi dall’auto all’uffico può essere una buona routine. Oppure può essere una buona idea sfruttare la bicicletta (che è provato che rende anche più felici) oppure il monopattino, che anche se elettrico è sempre più movimento dell’auto. O per chi prende i mezzi pubblici scendere a una fermata prima da autobus, metro e fare un po’ di strada a piedi. O ancora dimenticare l’ascensore, come suggerisce anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

E per chi è a casa in smart working? Sicuramente allungare ogni tanto i muscoli mentre si è alla scrivania, per esempio con questi rilassanti movimenti, è un altro buon metodo per allontanare intorpidimenti e dolorini vari da cattiva postura. L’ideale sarebbe anche ritagliarsi del tempo per fare un ’bout di ginnastica, sia in casa – per esempio yoga o pilates, ci sono un sacco di corsi e video lezioni online – oppure uscire a fare mezz’oretta di camminata spedita, che migliora il fisico ma soprattutto l’umore.

E poi, per tutti, respirare. Sì, respirare: spesso infatti, a causa dello stress (che negli uffici è in costante aumento) ci ritroviamo inconsapevolmente in apnea. Basta prendersi un secondo di pausa per sentire il nostro respiro e regolarlo di conseguenza, magari andando anche a prendere la classica, salutare boccata di aria fresca.

Idee
30/07/2020

Le vacanze sono finalmente alle porte, e con esse il tanto sospirato relax. Tanto più sospirato dopo questi lunghi mesi di lockdown, misure di contenimento dell’epidemia da COVID-19, smart working e incertezze. Insomma, che si parta per qualche località di villeggiatura o che si resti a casa, ci vorrebbe proprio di riuscire a dimenticare il lavoro, almeno per qualche giorno. Cosa difficile perché il lavoro, l’ufficio, le incombenze e tutti i problemi rimangono lì, in un angolo della nostra attenzione. E questo non è bene, perché una vacanza deve davvero servire per ricaricare le pile e tornare a lavorare (in ufficio o a casa) carichi e desiderosi di ricominciare. Ma come fare allora a staccare davvero con il proprio lavoro, almeno per qualche giorno, e vivere completamente la vacanza anche dal punto di vista mentale? Con almeno 5 semplici stratagemmi.

1. Cambiare abitudini. Completamente.

La vacanza è tale perché è libertà, e stravolgere le consuetudini è il primo passo per sentirsi liberi. Può significare prendersi tutto il tempo per fare colazione anziché prendere un caffè al volo come quando si deve correre in ufficio. Può significare un riposino a metà pomeriggio, o il piacere di leggere il giornale cartaceo sotto l’ombrellone anziché la solita versione digitale da sfogliare rapidamente. Oppure tenere spento lo smartphone fino a tardi, anziché accenderlo appena svegli. Insomma: stravolgere i gesti ormai automatici è il primo passo per capire che la vacanza è cominciata davvero.

2. Riservare pochi minuti al giorno alla mail.

Ok, magari non tutti possono dimenticare completamente la posta elettronica e i messaggi, compresi quelli di lavoro. Ma se proprio non è possibile, almeno che siano limitati a pochi minuti al giorno: un quarto d’ora, magari dopo pranzo, e rispondendo solo e soltanto alle cose importanti. Per il resto del tempo connessione dati disattivata e libertà di essere n vacanza.

3. Andare offline.

Certo, smartphone e tablet ci risolvono un sacco di problemi, compresi quelli di trovare la strada, scegliere il ristorante, prenotare l’albergo e così via. Ma insomma, anche un po’ di spirito analogico non guasta.

4. Non parlare di lavoro.

Sì, capita, e pure spesso: si è in vacanza ma si parla di lavoro, con il partner, con i vicini di ombrellone, con gli amici di sempre. Ecco, un bel divieto al parlare di lavoro aiuta a dimenticare, almeno per qualche giorno, quello che ci aspetta al nostro rientro.

5. Staccare completamente.

I più temerari riescono a spegnere completamente smartphone e tablet per giorni interi o per più giorni. Ma se non potete concedervi questo lusso può bastare anche qualche ora, per esempio per il tempo necessario a fare una escursione nella natura, o una gita in barca, o una visita a un museo o un acquario in compagnia della famiglia senza dover rispondere a chiamate e messaggi ma concedendosi il piacere di avere tutte le attenzioni per sé e per i propri cari.

Idee
17/08/2019

Fino a ieri c’erano il sole, la sveglia lenta, la vita da spiaggia e il tempo dilatato delle giornate di vacanza. Da oggi la sveglia suona all’alba, c’è da timbrare il cartellino al lavoro, il traffico è di nuovo il buongiorno e come prospettiva ci sono i lunghi mesi invernali: se non è stress da rientro post vacanze questo, cosa lo è?

Gli italiani che soffrono di disturbi e fastidi (più che legittimi) alla fine delle vacanze e alla ripresa delle normali attività lavorative sono circa 6 milioni: non una vera e propria malattia, ma una condizione di disagio, spossatezza e depressione che si manifesta con sintomi quali ansia, insonnia e generale nervosismo.

Che fare allora per attenuare l’irritabilità e gli sbalzi d’umore repentini? Seguire queste 10 regole stilate dal professor Piero Barbanti, Primario Neurologo dell’IRCCS San Raffaele Pisana:
Dormire molto e bene, evitando di passare dalle 8-10 ore di sonno del periodo vacanziero alle 6-7 che ci si concede al rientro. Eventuali problemi di insonnia vanno affrontati aiutandosi con un bagno caldo la sera o con una tisana.

Abituarsi con gradualità, rientrando dalle vacanze alcuni giorni prima della fine delle vacanze per poter tornare senza un impatto brusco alle temperature e ai ritmi cittadini. Se possibile, anche il lavoro andrebbe ripreso gradualmente.

Fare movimento, soprattutto se le ferie sono state “attive”. Fare attività fisica infatti aiuta a diminuire lo stress e a riposare meglio.

Seguire un’alimentazione corretta. Il cervello ha bisogno soprattutto di zucchero, perciò ben vengano, senza esagerare, i carboidrati semplici (saccarosio, miele, confetture, frutta) e quelli complessi (pane, pasta, riso e cereali). La melatonina contenuta nella buccia dei chicchi d’uva, ad esempio, può essere un valido aiuto all’umore.

Stare alla luce del sole. Il passaggio dalla luce del sole in spiaggia a quella artificiale dell’ufficio può mettere sotto stress il corpo e la mente. Un consiglio: fare la pausa pranzo all’aria aperta.

Essere ottimisti. Fare pensieri positivi aiuta a ritagliarsi degli spazi di riflessione e a spostare l’attenzione su cosa desideriamo e sulle nostre capacità.

Prendersi delle pause frequenti di almeno 15 minuti ogni due ore per riattivare la circolazione e riposare gli occhi.

Niente tecnologia a letto. Non tenere in camera da letto né computer, né cellulare, né televisione, perché il cervello potrebbe smettere di associare quella stanza al momento del sonno, considerandola alla stregua di un “prolungamento” del salotto.

Tornare a scuola con gradualità. Dopo tre mesi di vacanza, per i bambini è ancora più importante tornare al ritmo della scuola gradualmente. Occorre dare al bambino il tempo di abituarsi alle lunghe ore che trascorrerà seduto.

Concedersi un weekend di relax. Finché il tempo lo consente, dedicare il fine settimana al relax e alla famiglia come se le vacanze non fossero ancora finite, per ricaricarsi e iniziare al meglio la nuova settimana.

Ufficio
01/08/2019

Prima dei cellulari, prima di Internet, prima delle mail direttamente sullo smartphone, prima di WhatsApp staccare dal lavoro e andare davvero in vacanza era normale: salutavi i colleghi informandoli della data di rientro, partivi e nessuno poteva più raggiungerti. Ora le cose sono decisamente cambiate e anche su un’isola deserta potrebbe arrivare la chiamata indesiderata o il messaggio inopportuno di capi, colleghi o clienti che ti chiedono qualcosa di inevitabilmente urgente.

Eppure staccare davvero dal lavoro durante le vacanze sarebbe importante sia per la salute che per la produttività. Una ricerca dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro realizzata nel 2011 sui Paesi OCSE dal 1950 a oggi ha dimostrato come la produttività oraria diminuisca esponenzialmente con l’aumento del numero di ore lavorate e il motivo è uno solo: stress. Lo stress provoca il burnout, che causa a sua volta bassi rendimenti lavorativi e blocchi alla crescita aziendale. Ma non è solo questo: una serie di ricerche hanno dimostrato anche come non andare in vacanza provochi problemi alla salute, principalmente cardiaci, e anche questo, volendola vedere in termini aziendali, è un problema di produttività.

La soluzione? È una sola: andare in vacanza e farlo staccando davvero con il fisico e la mente dal lavoro. Secondo un’indagine condotta dalla Oxford Economics / US Viaggi Association, il 90% degli intervistati ha dichiarato che le vacanze aiutano a rilassarsi e ricaricarsi, l’85% ha detto di sentirsi più felice, il 65% ha confessato un miglioramento nella capacità di concentrazione e nella produttività, il 61% ha attribuito a tali periodi di riposo una maggiore soddisfazione sul lavoro.
Come staccare dal lavoro e andare davvero in vacanza senza stress
Vediamo allora 5 strategie per riuscire a staccare davvero dal lavoro, andare in vacanza e dimenticare lo stress. Preparandosi al rientro con maggior carica e voglia di fare.
Organizzare l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze
Con un certo anticipo, che è soggettivo ma deve essere realistico e tassativo, occorre organizzare l’ultimo giorno di lavoro con una to-do-list in modo che si possa andare in vacanza lasciando una situazione senza code di cose da fare. Il piano deve essere realistico e condiviso, ma poi deve anche essere osservato scrupolosamente. Questo aiuta ad andare in vacanza con la coscienza a posto, senza il timore di aver lasciato colleghi o clienti nei guai.
Prevedere il rientro
Nel piano per l’ultimo giorno deve rientrare anche la previsione del rientro. Sapere cosa ci aspetta è meno ansiogeno di immaginare chissà quali catastrofi da affrontare. È un ’bout come lasciare la scrivania in ordine la sera prima di andare a casa: ricominciare la mattina dopo è decisamente più facile.
Delegare ai colleghi
È una questione di reciproca solidarietà: oggi delegate voi, domani delegheranno i vostri colleghi. Ma lasciando le cose chiare e in ordine tutto filerà liscio e nessuno si sognerà di chiamarvi mentre state facendo l’aperitivo vista mare per sapere dove si trova la tale fattura.
Disconnettere mail e messaggi
Sì, in molti non se la sentono e qualcuno prova anche un senso di colpa, ma il segreto è proprio questo: sono in vacanza e non rispondo ai messaggi. Anzi, non mi faccio nemmeno distrarre o disturbare, mettendo in silenzio WhatsApp e scollegando la posta elettronica aziendale dallo smartphone. Ci sono paesi – come Francia e Germania – in cui è stato sancito per legge il diritto a non rispondere a richieste di lavoro fuori dall’orario di lavoro. E così deve essere.
Imparare a dire no (o almeno a gestire i propri tempi e spazi)
L’ideale sarebbe dire “no, sono in vacanza, non posso” anche se arriva la telefonata improvvisa e imprevista. È una questione legata al fissare il perimetro tra privato e professionale. Ma se proprio no puoi permettertelo, perché ricopri una posizione di responsabilità, impara almeno a gestire tempi e spazi: 1 ora al giorno, quando preferisci ma sempre quella, in cui rispondi alle mail e richiami nel caso di telefonate. Uno spazio preciso e delimitato al di fuori del quale no, al lavoro non ci pensi.

Notizie
27/03/2019

Il tempo è denaro scrisse Benjamin Franklin nel suo Advice to a Young Tradesman (Consiglio a un giovane imprenditore) ed è una frase ormai talmente nota e usata che quasi se n’è perso il suo profondo significato. Per esempio quando il tempo di cui si parla è il proprio tempo lavorativo: è qui, nel monetizzare il proprio tempo come fanno i freelance, che si nasconda una perniciosa trappola psicologica del lavorare da soli e in proprio.

Se hai un lavoro come dipendente probabilmente non percepisci esattamente la correlazione tra il tempo lavoro e il denaro che ne deriva. Il salario è sostanzialmente la conseguenza del recarsi al lavoro ogni giorno e, anche nella ipotesi di straordinari non pagati, sono le ore sottratte al tempo libero a essere importanti, non quelle lavorate in più rispetto allo stipendio. Le cose cambiano radicalmente quando devi monetizzare in prima persona il tuo tempo, come appunto capita ai freelance. A quel punto diventi perfettamente cosciente del valore economico del tuo risultato in relazione al tempo che ci metti a realizzarlo, e questo comporta alcune sgradevoli implicazioni.

La prima è la frustrazione nel momento in cui un intoppo aumenta le ore necessarie a realizzare quanto pattuito: un’ora persa in coda per andare da un cliente è un’ora di non guadagno causato da fattori fuori dal proprio controllo, con conseguente stress e nervosismo. La seconda è quasi peggio: ogni ora non lavorata è un’ora non guadagnata, con l’aggravante del fattore spesa: lo diceva già Benjamin Franklin e nei casi più patologici può portare a conseguenze anche gravi, come l’incapacità di prendere pause e vacanze dal lavoro. In una parola workaholism, dipendenza da lavoro.

Una ricerca di Alice Lee-Yoon e Ashley V. Whillans, del dipartimento di psicologia della University of British Columbia di Vancouver in Canada ha appena dimostrato come le persone che monetizzano il proprio tempo sono decisamente meno felici di quelle che non lo fanno. La spiegazione sarebbe che si finisce a dare minor valore alle ore non lavorate, contaminando il tempo libero con un senso di colpa dato dalla somma del mancato guadagno e dei costi a esso associati. La cosa preoccupante è che su questa infelicità non influisce nemmeno la disponibilità di reddito: essere lautamente pagati e ricchi, o sottopagati e poveri, non fa differenza in termini di infelicità rispetto al tempo e al lavoro.

C’è un altro aspetto relativo a questo rapporto ansiogeno con il tempo e con il denaro, ed è stato messo in luce da una ricerca di Ashley Whillans, professore di psicologia alla Harvard Business School: la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto alle scadenze è una forma di ansia che nasce dalla insicurezza professionale. E qui non c’è distinzione tra liberi professionisti e dipendenti: non è una questione di contratto o tutele. E non è nemmeno una questione di condizione socio-economica: in un panorama lavorativo sempre più precario e instabile, l’insicurezza finanziaria è trasversale e genera ansia rispetto al modo in cui si impiega il proprio tempo.

Come si esce da questa spirale? Sicuramente è difficile uscirne, e già prenderne atto è un primo passo. Una soluzione potrebbe essere quella di sgravarsi di alcuni compiti che, esternalizzati, costano meno di quanto costerebbero se fossero svolti in prima persona. Ma è chiaramente una soluzione accessibile solo a chi se lo può permettere economicamente. La più pratica è probabilmente quella di dare un valore anche “economico” in senso lato al tempo libero: se passeggiare con il cane, andare a correre, fare bricolage o cucinare possono “insegnare” qualcosa di utile anche sul lavoro, allora ci si sente meno in colpa a godere del proprio tempo libero e a dedicarsi ai propri passatempi. E non è necessariamente questione di “far fruttare” il tempo libero: anche rilassarsi e sgombrare la mente può avere un positivo valore economico rispetto al proprio lavoro.