Tag: stress
Notizie
27/03/2019

Il tempo è denaro scrisse Benjamin Franklin nel suo Advice to a Young Tradesman (Consiglio a un giovane imprenditore) ed è una frase ormai talmente nota e usata che quasi se n’è perso il suo profondo significato. Per esempio quando il tempo di cui si parla è il proprio tempo lavorativo: è qui, nel monetizzare il proprio tempo come fanno i freelance, che si nasconda una perniciosa trappola psicologica del lavorare da soli e in proprio.

Se hai un lavoro come dipendente probabilmente non percepisci esattamente la correlazione tra il tempo lavoro e il denaro che ne deriva. Il salario è sostanzialmente la conseguenza del recarsi al lavoro ogni giorno e, anche nella ipotesi di straordinari non pagati, sono le ore sottratte al tempo libero a essere importanti, non quelle lavorate in più rispetto allo stipendio. Le cose cambiano radicalmente quando devi monetizzare in prima persona il tuo tempo, come appunto capita ai freelance. A quel punto diventi perfettamente cosciente del valore economico del tuo risultato in relazione al tempo che ci metti a realizzarlo, e questo comporta alcune sgradevoli implicazioni.

La prima è la frustrazione nel momento in cui un intoppo aumenta le ore necessarie a realizzare quanto pattuito: un’ora persa in coda per andare da un cliente è un’ora di non guadagno causato da fattori fuori dal proprio controllo, con conseguente stress e nervosismo. La seconda è quasi peggio: ogni ora non lavorata è un’ora non guadagnata, con l’aggravante del fattore spesa: lo diceva già Benjamin Franklin e nei casi più patologici può portare a conseguenze anche gravi, come l’incapacità di prendere pause e vacanze dal lavoro. In una parola workaholism, dipendenza da lavoro.

Una ricerca di Alice Lee-Yoon e Ashley V. Whillans, del dipartimento di psicologia della University of British Columbia di Vancouver in Canada ha appena dimostrato come le persone che monetizzano il proprio tempo sono decisamente meno felici di quelle che non lo fanno. La spiegazione sarebbe che si finisce a dare minor valore alle ore non lavorate, contaminando il tempo libero con un senso di colpa dato dalla somma del mancato guadagno e dei costi a esso associati. La cosa preoccupante è che su questa infelicità non influisce nemmeno la disponibilità di reddito: essere lautamente pagati e ricchi, o sottopagati e poveri, non fa differenza in termini di infelicità rispetto al tempo e al lavoro.

C’è un altro aspetto relativo a questo rapporto ansiogeno con il tempo e con il denaro, ed è stato messo in luce da una ricerca di Ashley Whillans, professore di psicologia alla Harvard Business School: la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto alle scadenze è una forma di ansia che nasce dalla insicurezza professionale. E qui non c’è distinzione tra liberi professionisti e dipendenti: non è una questione di contratto o tutele. E non è nemmeno una questione di condizione socio-economica: in un panorama lavorativo sempre più precario e instabile, l’insicurezza finanziaria è trasversale e genera ansia rispetto al modo in cui si impiega il proprio tempo.

Come si esce da questa spirale? Sicuramente è difficile uscirne, e già prenderne atto è un primo passo. Una soluzione potrebbe essere quella di sgravarsi di alcuni compiti che, esternalizzati, costano meno di quanto costerebbero se fossero svolti in prima persona. Ma è chiaramente una soluzione accessibile solo a chi se lo può permettere economicamente. La più pratica è probabilmente quella di dare un valore anche “economico” in senso lato al tempo libero: se passeggiare con il cane, andare a correre, fare bricolage o cucinare possono “insegnare” qualcosa di utile anche sul lavoro, allora ci si sente meno in colpa a godere del proprio tempo libero e a dedicarsi ai propri passatempi. E non è necessariamente questione di “far fruttare” il tempo libero: anche rilassarsi e sgombrare la mente può avere un positivo valore economico rispetto al proprio lavoro.

Idee
13/02/2019

Lo stress da partita IVA è il compagno fedele di ogni libero professionista. Ok, non ci sono cartellini da timbrare, capi da ossequiare, orari da rispettare e colleghi da sopportare, ma essere un lavoratore autonomo non è tutto rose e fiori. Anzi, ci sono più spine che petali, a ben guardare: orari inesistenti, ferie e malattie non pagate, nessuna tutela, nessun contratto, concorrenza spietata, ansia da prestazione e chi più ne ha più ne metta. In una parola: stress. E questo è solo per rimanere nel perimetro dello svolgimento della propria professione. Perché poi ci sono i conti da fare, il commercialista da consultare, le tasse da pagare: un lavoratore autonomo racchiude in sé il reparto progetto e sviluppo, quello commerciale, la produzione e anche l’amministrazione.
Lo stress da partita IVA: come sopravvivere
Insomma, per sconfiggere lo stress da partita IVA ci vorrebbe un manuale di sopravvivenza, e in effetti c’è: “Happy worker” (Giunti Editore, Collana Professione Facile, Euro 6,90) è stato scritto da due guru della psicologia del lavoro e della formazione (Matteo Marini, già autore di “Fucking Monday. Corso di sopravvivenza in ufficio”, e Gaetano Torrisi). Non è esattamente ciò che devi sapere prima di aprire una partita IVA ma sono ottimi suggerimenti, in particolare di stile di vita e approccio alla vita, che possono aiutare a navigare nel mare tempestoso del lavoro autonomo: consigli come coltivare momenti di comunicazione – un caffè con un amico, un aperitivo con il gruppo di lavoro -, non dimenticare i propri hobby e interessi, compreso quello di mantenersi in forma con una vita attiva e qualche momento di sport, o ricordarsi di staccare davvero, quando si decide di andare in vacanza o anche solo nel weekend, sono tutti utili per ridurre la tensione dello stress quotidiano.
Lo stress da partita IVA: cosa fare
Però non è nemmeno facile né veloce cambiare stile di vita, riprendere vecchi hobby, riuscire a staccare e lasciarsi andare a chiacchiere positive e che escludono i problemi del lavoro. Per questo servono anche trucchi più immediati per superare momenti di particolare stress come quello dell’introduzione della fattura elettronica: per esempio dotare il proprio ufficio di un acquario (pare che osservare i pesci che nuotano rallenti il battito cardiaco e la pressione arteriosa), fare una passeggiata all’aperto prima o dopo la pausa pranzo (bastano 10′ per svoltare la giornata in buonumore), staccare notifiche, chiamate e mail nei momenti in cui ci si dedica agli aspetti cruciali del proprio lavoro (davvero, a meno che non si salvino vite umane, stare un paio di ore offline non farà crollare il mondo), cominciare la giornata con una routine positiva.

Ufficio
23/11/2018

Ansia da lavoro: forse senza saperlo ne soffrono tantissime persone, e sicuramente quelle che accusano i sintomi tipici di questa vera e propria patologia che, in un articolo di Psychology, Health and Medicine, viene definita come “reazione di ansia fobica con sintomi di panico che si manifestano quando si pensa di doversi avvicinare al posto di lavoro”. Ma senza arrivare ai sintomi fobici della definizione, anche altri sintomi come insonnia e disturbi del sonno, difficoltà ad addormentarsi e risvegli con la sensazione di non essere riposati, difficoltà di concentrazione, irritabilità, coliti, gastriti e altre manifestazioni somatiche intestinali, o le manifestazioni somatiche dermatologiche come le dermatiti aspecifiche sono tutti segnali che la soglia di sopportazione dello stress è stata ampiamente superata e si soffre effettivamente di ansia da lavoro.
Ansia da lavoro: le cause
Le cause dell’ansia da lavoro possono essere intrinseche o estrinseche. Quelle intrinseche riguardano la sfera psicologica individuale e sono tali perché si manifestano (o si manifesterebbero) anche cambiando posto di lavoro; quelle estrinseche sono legate allo specifico ambiente lavorativo, per esempio un capo irragionevole o tirannico o colleghi troppo competitivi. In ogni caso ci sono condizioni della contemporaneità che sono il terreno fertile ideale per scatenare l’ansia da lavoro: precarietà, incertezza, cambiamenti ed evoluzioni rapide delle strutture aziendali, riduzioni del personale che obbligano a fare di più in meno tempo, la spersonalizzazione e straniamento dagli obiettivi aziendali, la spersonalizzazione dei gruppi di lavoro e in generale ogni fattore di stress prolungato e continuativo che genere sintomi come quelli predetti sono tutte cause di ansia da lavoro.

Basta girare per i forum in cui si discute di psicologia e vita quotidiana per trovare centinaia di messaggi di richiesta d’aiuto di persone che ormai hanno timore di andare al lavoro, che al mattino si svegliano con l’ansia di dover andare a lavorare, che vivono la giornata in ufficio come un trauma e che riconoscono, esse per prime, di lavorare male, senza motivazione né attenzione, di essere un peso per capo e colleghi e di voler, fondamentalmente, mollare tutto.
Ansia da lavoro: cosa fare?
Cosa fare in caso di ansia da lavoro? Il primo passo è ovviamente quello di riconoscerla e prenderne coscienza. Certo giornate stressanti possono capitare a chiunque, ma quella è anche ansia buona che rientra rapidamente nei suoi livelli fisiologici. Ma quando la condizione di ansia e stress perdura per lungo tempo, mesi se non anni, occorre intervenire. Da un lato ci si può rivolgere alle organizzazioni sindacali per valutare se esistono le condizioni di mobbing o mancato rispetto della salute del lavoratore, che per il datore di lavoro è un obbligo di legge; volendo ci si può anche rivolgere a uno specialista, psicologo-psicoterapeuta, che può senza dubbio aiutare a “prendere le distanze” dalla condizioni di stress e ansia e imparare a gestirla con sempre maggior consapevolezza; infine ci sono alcune “buone azioni quotidiane” che si possono mettere in atto per creare un clima in ufficio che sia meno fonte di stress.
Ansia da lavoro: puntare più sul gruppo e meno ai risultati
Il forte orientamento ai risultati è la prima fonte di stress in ogni ufficio del mondo. Non che si possa vivere e lavorare senza puntare al risultato, ma è quando l’obiettivo scatena la competizione individualistica che questo diventa fonte di ansia e stress. La soluzione è capire, individualmente e collettivamente, che oggi un lavoro in team ben strutturato e organizzato può permettere di raggiungere risultati migliori con meno stress, costi aziendali inferiori e una maggior qualità dell’ambiente lavorativo e del risultato finale.
Ansia da lavoro: generare empatia
Conseguenza del puntare sul gruppo per ridurre l’ansia da lavoro è il generare empatia tra le persone. Creare legami, che non significa necessariamente diventare amici ma almeno mostrare un volto umano ed empatico, è il modo per generare solidarietà nel gruppo, ridurre la competizione individualistica e aumentare la competitività collettiva.
Ansia da lavoro: comunicare di più
Lavoro di gruppo ed empatia significano sostanzialmente comunicare di più. Aver la possibilità di esprimere il proprio punto di vista (e non essere meri esecutori del pensiero altrui), prendere il coraggio di dire di no davanti all’ennesima richiesta che aumenta e peggiora il proprio lavoro, creare un clima tale per cui sia possibile esprimere il proprio disagio, e fondamentalmente cominciare a prendersi la responsabilità delle proprie idee sono tutti lati della stessa medaglia del comunicare di più.
Ansia da lavoro: fare formazione
Tutto giusto, tutto bello, ma non così semplice da mettere in atto. Per questo esistono corsi di formazione specifici per questo genere di problemi aziendali e, soprattutto, i corsi di formazione sono obbligatori per legge: corsi per imparare a comunicare, a lavorare in team, a creare un clima positivo in azienda o ufficio esistono e funzionano.

Ufficio
15/10/2018

Nel lavoro si viene selezionati per le proprie competenze professionali ma poi, ovviamente, bisogna lavorare fianco a fianco con altre persone e inevitabilmente sono i rapporti personali a fare la differenza. A volte c’è sintonia, e il clima positivo che si crea aiuta anche ad aumentare la produttività, a volte invece la sintonia manca, o c’è proprio antipatia reciproca, e questo genera un ambiente di lavoro tossico. C’è poco da fare, perché non si può non lavorare con i colleghi antipatici, e bisogna quindi trovare un modo per convivere con un collega insopportabile. Ma come fare?
Come convivere con un collega insopportabile
Per capire come convivere con un collega insopportabile bisogna prima di tutto capirne la personalità: ci sono quelli a cui non va mai bene niente, quelli che sono troppo invadenti rispetto alla vita privata degli altri, quelli che pensano di essere sempre al centro di ogni cosa e di avere capacità superiori alla media, quelli che non riescono a organizzare il proprio lavoro anche in funzione degli altri e quelli che, a tutti gli effetti, dovrebbero lavorare da soli per evitare scenate isteriche. Per ciascuno ci sono alcuni rimedi che si possono mettere in atto per depotenziarne l’effetto negativo sull’ufficio.
Il collega a cui non va mai bene niente
Per esempio, quelli a cui non va mai bene niente possono mandare in frantumi qualunque team di lavoro: per loro è sempre tutto sbagliato, ma non propongono mai una soluzione alternativa, e questa loro negatività è frutto dell’ansia, un sentimento che può contagiare anche gli altri. Che fare? La cosa ideale sarebbe che gli ansiosi lamentosi si rivolgessero a uno specialista, ma se così non è e nemmeno un ’bout di positività cambia il loro umore, l’unica soluzione è alzare una barriera di protezione e diventare impermeabili alla loro negatività.
Il collega pettegolo
Un altro rivolo d’acqua che può distruggere un ufficio con i suoi atteggiamento è il collega pettegolo. No, non parla delle trasmissioni Tv e dei Vip, parla dei colleghi e delle colleghe d’ufficio, raccontando in giro presunte relazioni, aumenti di stipendio, bonus, favoritismi e quant’altro possibile e immaginabile. Il problema è che spesso se non sempre nulla di ciò che parla è vero, ma ciononostante può fare danni enormi. Che fare? Intanto rimanere abbottonati sulle proprie cose, dalle informazioni famigliari e personali a quelle professionali, e poi davanti a ogni insinuazione far scattare il livello superiore, cioè dirgli che quell’informazione dovrebbe conoscerla anche il vostro responsabile: se è gossip, sentito dire, ma non c’è nulla di concreto, è l’unica soluzione per fermare la valanga di insinuazioni.
Il collega che si ritiene migliore degli altri
So tutto io: tecnicamente, sarebbe narcisista, praticamente è un collega che non vede oltre il proprio naso, non accetta critiche, probabilmente fa sempre a modo suo e alla fine produce solo critiche. Che fare? Se è possibile, girargli alla larga, se è il proprio capo evitare in ogni modo di scatenare la sua suscettibilità, anticipandone mosse e richieste e prevedendo le possibili tempeste. Dura? Sì, sicuramente, ma l’alternativa è trovare un altro posto di lavoro…
Il collega che urla e offende
C’è poi il dittatore, quello che urla, che comanda, che non ammette repliche né suggerimenti e che impronta le relazioni professionali interne all’ufficio solo sul sentimento della paura. Siamo al livello della psicopatia e l’unica soluzione sarebbe cambiare aria il prima possibile perché non c’è nulla di ragionevole che possa funzionare. A meno che l’azienda non abbia attivato forme di contrasto a questo genere di mobbing (succede nelle multinazionali, meno nelle piccole imprese) e allora quella è la strada da intraprendere, con coraggio e fiducia.

Notizie
13/09/2018

Uffici open space o tradizionali con stanze chiuse? Il dibattito sui pro e contro delle due organizzazioni dello spazio di lavoro dura da decenni ma ora una ricerca scientifica pubblicata su ‘Occupational & Environmental Medicine’ sembrerebbe mettere un punto fermo almeno su fatto che gli uffici open space sono meglio dal punto di vista della salute e della gestione dello stress.
Gli uffici open space riducono lo stress
Secondo la ricerca gli uffici open space riducono lo stress perché richiederebbero un maggior impegno fisico durante le ore passate al lavoro. L’esperimento è stato condotto negli Stati Uniti, dividendo 231 lavoratori tra uffici open space, cubicoli alti e uffici privati tradizionali e facendo indossare loro dei sensori per monitorare attività fisica e cardiaca sia di giorno che di notte. Inoltre ogni ora era loro richiesto di rispondere ad alcune domande circa il loro stato d’animo attuale.

I risultati dell’esperimento hanno dimostrato come chi lavorava negli uffici open space con scrivanie libere si era mosso di più e aveva livelli di stress al di fuori dell’orario e del luogo di lavoro del 14% inferiori rispetto a chi aveva lavorato nei cubicoli con pareti alte o negli uffici privati. Inoltre i livelli di stress erano più elevati tra gli impiegati più anziani e tra le donne che tra i giovani uomini.

Se stai pensando di riorganizzare l’ufficio e magari trasformarlo in un open space puoi trovare consigli e soluzioni per organizzare gli spazi di lavoro qui.

Ufficio
20/08/2018

Sì, le vacanze finiscono e arriva quel giorno in cui tocca tornare al lavoro. Il problema non è nemmeno alzarsi al mattino col suono della sveglia e fare la strada verso l’ufficio. Il problema è sedersi e decidere da cosa cominciare. Vero è che se si è lasciato tutto in ordine e organizzato prima di staccare per le ferie (come abbiamo spiegato qui) dovrebbe essere più facile anche ricominciare ma per non essere travolti dal caos del rientro, ecco la to-do-list di cosa fare al lavoro i primi giorni dopo le vacanze.

1. Fai una lista di controlli

Cose che hai lasciato in delega ai colleghi, lavori che dovevano terminare, progetti che dovevano arrivare, richieste giunte nel frattempo: riprendi il controllo della situazione controllando tutto quello che devi sapere prima di rimetterti davvero sull’operatività.

2. Smazza la posta

E-mail e posta cartacea: ci saranno messaggi a cui rispondere presto, altri che richiedono un approfondimento, alcuni forse da cestinare, qualcosa da inoltrare: la posta è tutta da smazzare in fretta perché tra quelle missive e messaggi si potrebbe nascondere qualcosa di urgente e insidioso da gestire. Qui trovi i consigli su come gestire al meglio la posta elettronica.

3. Fai un giro a salutare colleghi e colleghe

Se non ti puoi permettere di “perdere tempo” tra le scrivanie approfitta della pausa caffè o del pranzo ma ristabilisci i contatti con colleghi e colleghe, chiedi come vanno le cose, se ci sono novità, cosa è successo in tua assenza: anche questo serve a riprendere il controllo della situazione, prevenire le sorprese e limitare lo stress da rientro. E in fondo non è altro che fare networking, come abbiamo spiegato qui.

4. Chiama clienti e fornitori

Anche loro saranno rientrati dalle vacanze e ragionevolmente saranno rilassati e in vena di raccontare qualche aneddoto: è il momento migliore per ristabilire i contatti, fare nuove proposte, fissare incontri per la programmazione del lavoro e in generale rinsaldare dei rapporti che poi, nella quotidianità operativa, servono ad appianare i problemi.

5. Non fare straordinari

Sì, certo, le vacanze sono finite da poco e sei fresco e riposato, ma per la prima settimana sarebbe bene riuscire a non fare straordinari e a lasciare alla mente, oltre che al fisico, il tempo necessario di riprendere il ritmo. È un ’bout come quando si riaccende un’auto ferma da tempo: non si va subito in autostrada alla massima velocità. Nel frattempo puoi leggere come rendere fruttuosa una giornata di lavoro.

6. Non bere troppo caffè

Sì, ok, tenere gli occhi aperti e la mente sveglia non è così facile ma è meglio non “annegare” nel caffè e rispettare i tempi fisiologici per darsi la carica, come abbiamo raccontato qui.