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Ufficio
19/11/2015

“Tanto lavoro e niente divertimento rendono Jack un ragazzo noioso”: sono gli eccessi di Jack Torrance, il protagonista di Shining, e in generale sono i rischi di un eccesso di lavoro. Diventare noiosi, improduttivi, senza guizzi, senza propositività. Soprattutto quando il troppo lavoro arriva dall’alto, dai manager, che frustano il cavallo oltre il limite, caricando i propri team di compiti e obiettivi sempre più gravosi e irraggiungibili fino a farli “rompere”, come si dice in gergo ippico.

Ne ragiona Lisa Quast su Forbes, partendo dalle attenzioni che un manager deve avere nei confronti del suo team e arrivando a stilare questi 4 consigli per riuscire a limitare l’eccesso di lavoro quando il capo proprio non se ne rende conto.
1. Discutere, chiarire e condividere gli obiettivi.
No, ricevere una mail e rispondere “ok” non basta: quando il flusso di incombenze non si arresta, ci si siede con il capo, si chiedono delucidazioni e si fa una lista di proprità. Concordata quella, da quella non si deroga.
2. Stabilire i criteri con i quali si sarà giudicati
Ok, arrivano maggiori compiti e maggiori responsabilità. Ma quali sono i parametri con i quali si verrà valutati? È bene che il boss li espliciti chiaramente, è bene chiederli in modo aperto e franco.
3. Condividere un documento sugli obiettivi da raggiungere
Carta canta: step by step i passaggi da fare, gli obiettivi da raggiungere, l’avanzamento del lavoro e tutto quanto serve a valutare in modo oggettivo il raggiungimento dell’obiettivo. Basta anche un foglio excel, purché contenta descrizione e numeri.
4. Fissare un calendario di reportistica
Ogni settimana? Ogni ue? Lo si discute, lo si definisce e lo si fissa, e da quello non si deroga. Continue richieste di chiarimenti, report e tracking di avanzamento servono solo a distogliere l’attenzione dall’obiettivo finale.

 

Ufficio
18/11/2015

C’è sempre un o una collega amante dei cani, e c’è sempre il o la collega che non la smette di decantare le lodi del proprio Fido. Ma ora forse è giunto il momento di dar loro retta, e magari chiedergli di portare il quadrupede peloso in ufficio.

Secondo uno studio della Virginia Commonwealth University pubblicato sull’International journal of workplace health management un cane in ufficio avrebbe il potere di ridurre lo stress, migliorare la comunicazione tra colleghi e far aumentare empatia e collaborazione.

L’esperimento della Virginia University, condotto tra 550 dipendenti della Replacements Ltd., in North Carolina, ha dimostrato come i livelli di ormone dello stress prelevati dalla saliva dei dipendenti erano più bassi dell’11% in chi portava il cane in ufficio, e aumentavano fino al 70% in chi non aveva cani, e non voleva entrare in contatto con loro sul luogo di lavoro.

Risultati analoghi ad altre ricerche – quella Central Michigan University, per esempio – con in più alcuni vantaggi indotti, come quello del maggior tasso di movimento: banalmente uscire per i bisogno o occuparsi della pappa faceva muovere e collaborare i colleghi.

Insomma, i pet at work riducono lo stress e il colesterolo e aumentano il buonumore e la collaborazione.

Ufficio
11/11/2015

C’è chi non vuole rotture di scatole, chi non sopporta le interruzioni da parte dei colleghi, chi cerca di evitare ulteriori incombenze e anche chi – beato lui – ha poco da fare e non vuole fare di più: insomma, ingegnarsi per sembrare sempre molto impegnati al lavoro è una tattica di sopravvivenza professionale, e per metterla in atto servono strategie ben precise. Come queste 7.
Tenere sempre la scrivania ingombra
Docuementi, faldoni, oggetti, device tecnologici e chi più ne ha più ne metta: se la scrivania è piena di roba, anche l’agenda lo sarà, e quindi è meglio girare alla larga.
Controllare compulsivamente l’orologio
Ma farlo con aria impegnata, al limite dello stress, velocemente con una rapida occhiata al polso o all’orologio dell’ufficio, e poi richinare la testa velocemente, come se il tempo fuggisse dalle mani.
Apparire stressati (senza esserlo)
Massaggiare gli occhi, massaggiare le tempie, sbuffare, tamburellare o agitare le gambe: segno indubbio che c’è molto, troppo da fare.
Fare esclamazioni di successo
Almeno una volta al giorno, se non due, alzarsi in piedi, o sventolare un braccio e dire “Sì!” ad alta voce. Come se un compito davvero gravoso, difficile e impegnativo fosse stato appena terminato tra mille difficoltà.
Camminare velocemente
Fosse anche solo per andare alla macchinetta del caffè o alla fotocopiatrice, farlo a passo svelto, come se anche quei secondi fossero i più preziosi del mondo. Poi rimanere a lungo davanti alla stampante, come se tutto lo scibile umano dovesse uscire da quella macchina, e solo per voi.
Rispondere sempre “Un secondo e ci sono”
Al telefono, a voce e anche via mail: “Un secondo e arrivo”. Segno che si deve assolutamente finire qualcosa, e che altro ci sarà da fare subito dopo.
Avere sempre l’agenda piena zeppa
Anche se non è vero, anche se non c’è nulla da fare, davanti a una richiesta di riunione, o di appuntamento telefonico o anche solo di uno scambio di idee, rispondere sempre, sempre: “Controllo l’agenda e le faccio sapere”.

Idee
21/10/2015

Sembra una contraddizione in termini, quella per cui, per essere più produttivi e lavorare sostanzialmente meglio, serva lavorare meno ore e non, stare a lungo, sempre, anche oltre l’orario di lavoro se non addirittura nei weekend, in ufficio.

Ma se in Svezia stanno pensando di ridurre l’orario di lavoro a 6 complessive al giorno, altrove si pensa di lavorare 4 giorni a settimana (almeno qualche volta al mese) e comunque sul tema della produttività c’è grande dibattito (Cosa significa essere davvero produttivi?) la storia raccontata da Jeff Sutherland su Slate (e riportata da Il Post) è decisamente illuminante.

La storia riguarda Scott Maxwell, il fondatore di OpenView Venture (una società di investimenti ad alto rischio), e i tempi in cui lavorava in McKinsey, società in cui era normale lavorare 7 giorni su 7 per parecchie ore al giorno.

In McKinsey lavorava anche Jon Katzenbach, un dirigente che per motivi religiosi lavorava “solo” 6 giorni a settimana.
Katzenbach lavorava solo sei giorni a settimana. Dopo un po’, aveva cominciato a notare che riusciva a portare a termine più lavori di quanto facessero i suoi colleghi (tutti maschi, allora). Aveva deciso così di provare a lavorare solo cinque giorni a settimana: e aveva scoperto di essere diventato ancora più produttivo.
Una volta approdato a Open View Maxwell si ricordò di Katzenbach e della sta apparentemente strampalata idea di lavorare solo 4 giorni a settimana, e cominciò a rifletterci, elaborando il grafico qui di seguito che dimostra come, superata una certa soglia di ore di lavoro, diventava inutile continuare a lavorare: si è improduttivi.

Sull’asse delle ordinate è indicata la produttività, mentre sulle ascisse le ore di lavoro settimanali. Il picco di produttività, come si vede dal grafico, crolla appena dopo le quaranta ore settimanali.
Oggi in OpenView non solo si lavora “solo” per 40 ore settimanali e – come vogliono fare in Francia con il diritto alla disconnessione – è “obbligatorio” dedicarsi al riposo ed evitare di rispondere a mail o telefonate quando si esce dall’ufficio o si è in vacanza.

La spiegazione della curva secondo Maxwell è semplice ed elegante:

1. Se lavori meno fai più cose, sei più felice e hai una migliore qualità della vita. E poi lavori meglio.
2. Le persone che lavorano troppo commettono anche più errori, cosa che in seguito richiede grandi sforzi per rimediare.
3. Chi lavora troppo, inoltre, si distrae più facilmente e prende cattive decisioni.

La chiusura del pezzo di Jeff Sutherland su Slate è illuminante
In pratica, c’è un numero limitato di decisioni importanti che una certa persona può compiere in qualsiasi giornata. Più decidi, e più erodi la tua abilità di controllare il tuo stesso comportamento. Di conseguenza, staccate dal lavoro alle 17. Spegnete il cellulare nei weekend. Guardate un film. E, cosa più importante, mangiatevi un panino. Non caricandovi troppo, otterrete di più e lavorerete meglio. A chi importa quante ore ci abbia messo una persona a fare una certa cosa? L’importante è che sia portato a termine velocemente e con un risultato all’altezza.

Ufficio
28/09/2015

I colleghi di lavoro non si possono scegliere. Càpitano, e se non c’è feeling c’è poco da fare, nemmeno le più avanzate tecniche di team building possono fare miracoli quando la scintilla tra colleghi non scocca e più che collaborare e remare tutti nella stessa direzione ci si guarda in cagnesco cercando (o sperando) di sabotare il lavoro del vicino di scrivania.

Ma quali sono le cause che possono generare antipatie tra colleghi e fondamentalmente infilare un granello di sabbia nel delicato meccanismo aziendale? Ha provato a individuarle Sue Shellenbarger del Wall Street Journal, stilando l’elenco dei peggiori colleghi di lavoro con in testa la vittima sacrificale numero 1: la produttività.

Ecco allora (da WellMe, sito dedicato a benessere e psicologia anche nel business) i 13 peggiori colleghi di lavoro:

I negativi: son quelli per cui l’orizzonte è solo nero e che stroncano sul nascere ogni possibilità di crescita e cambiamento.

I lamentosi e musoni: al primo non va mai bene nulla, al secondo pure (ma non lo dice). Vanno spesso d’amore e d’accordo tra loro, e il binomio è devastante.

Quelli sempre contenti: l’eccesso opposto che, per carità, aiuta anche a stemperare le tensioni. Però ci sono tensioni che non vanno stemperate ma affrontate davvero.

I catastrofisti: il pericolo (in ogni cosa) è il suo mestiere. Unico antidoto? L’ironia.

I mensa-dipendenti: il cibo al primo posto, prima durante e dopo i pasti. Fastidiosi come una mancata digestione.

I logorroici: devono raccontare tutto, con approfondita dovizia di particolari. Non si spengono mai e alla fine non ci si ricorda qual era l’argomento di discussione.

Le rocce: nulla li scalfisce, nulla li affatica, nulla li intimorisce, nulla li fa arrabbiare. Ma saranno anche umani?

I giullari: quelli che fanno finta di rovesciare il bicchierino (vuoto) del caffè sul vestito nuovo. Simpatici, ma solo a piccole dosi, oltre mandano letteralmente fuori dai gangheri.

Gli artisti (repressi): da studente avevano la Smemoranda che pesava 1kg, ora la loro scrivania è un patchwork di foto, scritte, disegni, ciondoli, souvenir e chissà che altro. E non si può toccar nulla.

Le macchine da lavoro: quelli che non si fermano mai, di giorno lavorano, di notte si divertono, nei ritagli di tempo tra il giorno e la notte fanno sport, vanno a mostre, vedono gente, partecipano a cene e aperitivi, e non crollano mai. Generando invidia a profusione.

Le spie: sembra stiano lavorando, e invece ficcano il naso nei fatti altrui, allungando occhi, orecchie e collo per sapere sempre tutto di tutti. Spesso sono anche pettegoli (non che sia necessariamente un male, come abbiamo raccontato qui) ma il troppo come sempre infastidisce.

Gli egotici: qualunque cosa accada, a loro è già successa, e in forme, dimensioni e circostanze inarrivabili agli altri: potete aver bevuto l’acqua di Marte, ma a loro è già stata servita in bicchieri di cristallo. Che nervoso!

I tecnofobici: niente, la tecnologia per loro è come un libro in Sanscrito. E ogni volta che succede qualcosa chiamano il vicino di scrivania, fosse anche per estrarre la chiavetta USB dal computer.

Ufficio
23/09/2015

Diciamocelo: a volte la vita in ufficio è talmente pesante che o la si dimentica non appena timbrato il cartellino in uscita oppure si trova il modo di esorcizzarla ridendoci sopra, per esempio guardando un film o una serie Tv (o leggendo un libro come Omicidi in pausa pranzo).

Di film che parlano di fatti e misfatti tra le 4 mura di un ufficio ce ne sono a bizzeffe (tra cui questi 8, probabilmente i migliori in assoluto). Ma ci sono anche delle 3 serie Tv, come quelle suggerite da Optimalia, magazine di tecnologia e cultura pop.

The IT Crowd
Serie Tv inglese, andata in onda su Steel nel 2010, incentrata sulle gag della squadra del reparto IT, relegata in un seminterrato sporco, disordinato e trasandato, in grande contrasto con la splendente architettura moderna e le favolose vedute di Londra di cui gode il resto dell’azienda.

The Office
Serie Tv made in USA, in onda in Italia su Fox, Joy e Sky 1, racconta le vicende di un gruppo di lavoratori di una fabbrica di carta in Pennsylvania, vessati dall’umorismo fuori luogo del loro capo.

Mad Men
Telefilm cult ormai alla 7^ stagione, in onda in chiaro in Italia su Rai 4, che racconta il mondo della pubblicità a New York negli anni Sessanta come pretesto per raccontare come è cambiata l’America in quegli stessi anni.